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L’oratorio di Sant’Antonio da Padova – Sestola

Lungo la Via dei Governatori del Frignano, nel centro di Sestola, sorge l’oratorio di Sant’Antonio da Padova. La facciata presenta una forma a capanna con accentuato sporto dei due spioventi di copertura su mensoloni lignei. Al centro si apre un portale architravato, affiancato da una coppia di finestrini rettangolari e sormontato da un piccolo rosone quadrilobato, intagliato in un sol blocco di pietra; ancora più in alto in mezzeria si apre un finestrino tondo. L’interno del piccolo oratorio è a pianta rettangolare, la zona presbiteriale è rialzata da un gradino in arenaria ed accoglie l’altare incastonato in una nicchia voltata. Il soffitto è coperto da perlinato ligneo piano.

(testo a cura di Sergio Balboni – Associazione E’ Scamadul di Sestola)

Vista attuale
Anni 50

 

 

 

 

 

L’Oratorio di Sant’Antonio da Padova sorge in località il Trebbo nei pressi del Poggiolino, lungo la strada che dal Paese sale all’antica Rocca. Si tratta di un’area un tempo denominata a pe’ de la Costa, cioè ai piedi della rupe, dove dai primi anni del XV secolo iniziò a formarsi un nuovo insediamento chiamato Borgo inferiore o Terra di Sestola.
L’Oratorio fu eretto nel 1651 dalla famiglia Albinelli, che ne detenne il patronato tramite un beneficio istituito nel 1656, a fianco della propria abitazione, con la quale era in comunicazione attraverso un cortile, probabilmente in luogo di una chiesuola con immagine della Beata Vergine Maria documentata dal 1453.

Architettura

L’architettura dell’edificio sacro si discostava un poco dal modello semplificato adottato tra XVI e XVII secolo nella costruzione dei numerosi oratori montani. A pianta rettangolare di modeste dimensioni, l’Oratorio ostentava sulla pubblica strada una facciata monocuspidata con una porta e due finestrelle rettangolari, una per lato, provviste di decori in pietra scolpita. La porta era sormontata da un occhio pieno, pure in pietra, con l’effigie di S. Antonio dipinta.

L’interno si presentava con una cappella quadrata absidata introdotta da un arco e sopraelevata di due gradini rispetto all’aula. Sovrastava l’altare, addossato al fondo della cappella, un quadro ora perduto raffigurante la Madonna, in presenza di San Carlo Borromeo, nell’atto di porgere il Bambino a Sant’Antonio inginocchiato ai suoi piedi. Il quadro celebrava la visione che Antonio ebbe a Camposampiero dove si era ritirato per un periodo di meditazione nella villa di un amico spagnolo, amico che testimoniò la visione.

Statuetta di San Carlo Borromeo lungo la salita al castello

La presenza del Borromeo volle essere un omaggio al cardinale che fu titolare dell’Abbazia di Nonantola alla cui Curia faceva riferimento la parrocchia di Sestola fin dal 753 d. C. Intorno al 1770 il cardinale Borromeo dovendo recarsi a Roma per partecipare ad un Conclave, pensò di passare da Sestola per una canonica Visita Pastorale. S’incamminò verso il Castello lungo la ripida strada che i Sestolesi chiamano “saigada” (per essere selciata con le pietre messe in opera in senso verticale).

 

Verosimilmente sostò nel piccolo Oratorio per una preghiera e  per il disbrigo delle pratiche inerenti la visita.
Estintasi la famiglia Albinelli in Sestola, il patronato dell’Oratorio passò nell’ordine alle famiglie Ricci, Pini e Galli. Nei primi anni del XIX secolo l’edificio sacro venne utilizzato in modo improprio e ridotto in condizioni fatiscenti.

Nel 1840 fu ristrutturato nella forma attuale: eliminata la cappella, murata l’arcata per addossarvi l’altare a cui ora è appeso un dipinto seicentesco raffigurante il Miracolo di S. Antonio, chiuse le porte laterali, smontata la tribuna, posto in opera sul portale d’ingresso un piccolo rosone quadrilobato in monoblocco di pietra. L’accentuato sporto della copertura su mensoloni lignei è di fattura recente.

 

 

Il Trebbo e gli oratori

Nello slargo antistante la chiesuola della B.V. Maria e la casa Albinelli, slargo denominato Trebbo/Treppo dalla radice indoeuropea treb/trep col significato di luogo pubblico, fin dalla prima metà del XVI secolo si tenevano le assemblee dei capifamiglia della Comunità di Sestola; i notai della famiglia Albinelli verbalizzavano e legalizzavano i risultati delle assemblee. I capifamiglia erano dotati di una pallina bianca ed una nera con le quali esprimevano il proprio parere favorevole o contrario alle risultanze raggiunte. I verbali iniziavano con la formula: ante domus mea super Trivium in loco qui dicitur Trebbo, Terra Sextulae vale a dire … La chiesuola probabilmente era stata eretta per salvaguardare l’abitato sulla rupe dalla peste o altre epidemie, stessa funzione aveva avuto l’erezione, dall’altra parte della rupe, della chiesetta di Poggioraso. Questi due edifici sacri si trovavano lungo le vie di accesso al Castello e dalle cronache del tempo pare abbiano protetto mendato dagli agenti infettanti i viandanti che transitavano nei loro pressi preservando così i Sestolesi dalle pandemie pestifere del 1347 (descritta dal Boccaccio) e del 1630 (descritta dal Manzoni) e dalla pandemia colerica del 1855. Altro Oratorio, ora scomparso, intitolato a Santa Lucia si trovava all’ingresso del nuovo borgo di Sestola lungo la strada che portava a Fanano (attuali Vie Cavalcabò e Boselli) nei pressi del Parco giochi per bambini.

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